Nell’Artim Magazine N. 4 un approfondimento sulla “Commedia all’italiana”, un genere fondamentale ed imprescindibile per la storia cinematografica italiana

“Quarto potere” di Orson Welles: “il più grande film di tutti i tempi”

 

Parlare di “Citizen Kane” (titolo originale dell’opera di Orson Welles, traslato nell’edizione italiana del film in “Quarto potere”) vuol dire raccontare la storia del cinema con la ‘S’ maiuscola; l’importanza capitale che ha avuto e continua ad avere questa pellicola nella storia della cinematografia contemporanea per  sceneggiatura, scelte stilistiche, modo innovativo e rivoluzionario dell’uso della macchina da presa, complessità narrativa e incredibile attualità è stupefacente, nonostante il lungometraggio sia stato effettivamente distribuito nelle sale cinematografiche degli Stati Uniti d’America nientemeno che nel lontano 1941. A dirigerlo vi troviamo un vero e proprio enfant prodige, quell’Orson Welles che viene chiamato dalla casa di distribuzione RKO a Hollywood per girare il suo primo film all’età di appena 24 anni, dopo il suo celebre scherzo al programma radiofonico della “Guerra dei Mondi” che terrorizza e manda nel panico più totale gli ascoltatori radiofonici americani dell’epoca. Per dirigere questo lungometraggio gli viene essenzialmente data carta bianca dalla casa produttrice – circostanza davvero unica e raramente riscontrabile nella storia del cinema – e Welles si ritrova a svolgere contemporaneamente le vesti di regista, attore (è proprio lui che interpreta il protagonista del film), produttore e sceneggiatore.

 

Fra gli innumerevoli pregi del regista americano c’è sicuramente anche quello di aver realizzato un film praticamente ‘immortale’, che tuttora mantiene la sua intramontabile validità a quasi ottant’anni di distanza

 

La pellicola narra la storia di Charlest Foster Kane (interpretato, come evidenziato qualche riga fa, da un magistrale e inimitabile Orson Welles), magnate del giornalismo, nato povero, ma divenuto infinitamente ricco grazie a una miniera d’oro che sua madre ricevette in eredità. L’inizio del film rappresenta già di per sé un unicum nella storia del cinema di allora: Kane, infatti, ci viene mostrato solo nel suo castello, mentre vaneggia in punto di morte e nell’intento di pronunciare un’ultima misteriosa parola – “Rosebud” – che rappresenta l’inizio dell’indagine che un giornalista (interpretato da William Alland) condurrà sull’oscuro passato del protagonista, con l’intento di scoprire il senso dell’ultima parola pronunciata dal magnate. Per far ciò, il reporter decide di incontrare molte delle persone vicine a Kane, come la seconda moglie Susan Alexander (Dorothy Comingore), il suo braccio destro Bernestein (Everette Sloane), il suo miglior amico, Jedediah Leland (Joseph Cotten), e il maggiordomo (Paul Stewart); grazie ai loro racconti scopre le svariate facce e i tanti segreti del magnate dell’editoria, ma nessuno di loro riesce a rivelargli il mistero nascosto dietro quel semplice e, all’apparenza, insignificante  vocabolo. La soluzione del mistero ci viene svelata solo a fine pellicola e appare tanto sorprendente quanto imprevedibile: “Rosebud” (nome completamente storpiato nell’edizione italiana del film in “Rosabella”, assieme a quello del suo castello che da “Xanadu” diventerà “Candalù”) era il nome della piccola slitta con cui Kane adorava giocare da bambino, un semplice pezzo di legno che finirà ad ardere in una caldaia, ma che per il protagonista, probabilmente, risultava di un’importanza trascendentale e superiore perfino alle enormi ricchezze e all’infinito potere che aveva acquisito nella vita piena di successi e di riconoscimenti, vissuta da personaggio e uomo illustre.

 

Nell’Artim Magazine N. 4 un approfondimento sulla “Commedia all’italiana”, un genere fondamentale ed imprescindibile per la storia cinematografica italiana

 

Tutta la struttura narrativa della pellicola viene costruita a incastri, attraverso l’uso del flashback (tecnica incredibilmente innovativa e assolutamente coraggiosa per quei tempi, che ispirerà innumerevoli film successivi) che rappresenta il vero e proprio tratto distintivo di tutto il film di Welles; e grazie alla straordinaria e inarrivabile fotografia di Gregg Toland, il quale usa nuovi e rivoluzionari sistemi di illuminazione e obiettivi speciali, il film acquisisce una straordinaria e sorprendente profondità di campo per l’epoca. Per tutto lo scorrere della pellicola, Welles usa con grande audacia obiettivi particolari per dare significati espressivi a seconda di quello che vuole comunicare, utilizzando riprese mai nemmeno lontanamente pensate prima di allora. Fra gli innumerevoli pregi del regista americano c’è sicuramente anche quello di aver realizzato un film praticamente ‘immortale’, che tuttora mantiene la sua intramontabile validità a quasi ottant’anni di distanza, risultando alla visione dello spettatore una pellicola attuale e moderna, tanto nelle tecniche quanto nelle innovazioni stilistiche – che seppur ormai datate, rappresentano un punto di partenza fondamentale per il cinema dei giorni nostri – per non parlare dell’unicità del nucleo narrativo. Lo stesso Orson Welles rappresenta, inoltre, il capostipite di quella particolare stirpe di registi che ameranno avere un controllo praticamente totale sui loro film, superando i limiti imposti da produzioni, sceneggiatori, esigenze pubblicitarie e di target di riferimento. La figura di Welles acquisisce negli anni una sorta di aurea mistica e mitologica, un autore predestinato, totalmente innovativo e inarrivabile, dotato di un ego smisurato che gli permise da un lato di perseguire sempre i suoi obiettivi, ma dall’altro di essere sempre percepito come una sorta di intruso nell’industria cinematografica: principalmente per questo motivo, la carriera del regista americano, viene sempre associata a quella di un’artista incompreso, probabilmente troppo avanti per i tempi in cui è vissuto, un genio straordinario che, però, otterrà un pieno riconoscimento della sua arte e della sua giusta importanza soltanto dopo la morte, quando i tempi per la comprensione del suo enorme talento di cineasta e autore  visionario saranno ormai maturi.

Welles racconta in “Quarto potere” l’esatto contrario del sogno celebre e stereotipato americano, narrando, tuttavia, la vicenda di un eroe che finisce in disgrazia, ispirandosi alla reale storia dell’editore William Randolph Hearst che mosse mari e monti con l’intento di fermare la distribuzione della pellicola, tentando di screditarla in ogni modo e in parte riuscendoci, dato che il film andava a presentarsi ai botteghini cinematografici con un considerevole ritardo. Questo fu principalmente uno dei motivi che contribuì a far entrare quest’opera nel mito, unito al fatto, a dir poco sorprendente e inconsueto, che dietro la macchina da presa troviamo un ragazzo di appena 24 anni, che stava per rivelare al mondo tutto il suo genio creativo rivoluzionando l’universo della celluloide attraverso un nuovo e sconosciuto modo di fare cinema, con l’uso di un linguaggio atipico e di alcune tecniche rivoluzionarie e a dir poco audaci. Il film, nonostante ciò, non venne compreso dal pubblico e dalla critica di quegli anni, risultando un notevole insuccesso commerciale, nonché una notevole perdita economica per la casa produttrice e per il regista stesso.

 

Welles racconta in “Quarto potere” l’esatto contrario del sogno celebre e stereotipato americano, narrando, tuttavia, la vicenda di un eroe che finisce in disgrazia

 

Riconosciuto all’oggi unanimamente come uno dei migliori e maggiormente influenti film della storia del cinema, “Quarto potere” rappresenta senza ombra di dubbio una tappa fondamentale e imprescindibile per l’universo cinematografico; riceve soltanto un Oscar nella categoria Sceneggiatura, ma i riconoscimenti che gli vengono insigniti postumi risulteranno numerosissimi: basti pensare che L’American Film Institute  lo considera ufficialmente il più grande film di tutti i tempi. Dello stesso avviso sono importanti enti dell’industria cinematografica mondiale, come il Film Critic Circle di  New York e il National Board of Rewiew.

Sfogliando, studiando e analizzando tutt’oggi riviste, manuali ed enciclopedie relative alla storia della “settima arte”, non è un caso ritrovare citata questa pellicola almeno nelle prime dieci posizioni fra le opere che maggiormente hanno caratterizzato e segnato gli standard del cinema odierno. Questo articolo, infine, vuole rappresentare anche un piccolissimo omaggio a questo straordinario cineasta, visto che proprio il 6 maggio scorso, si è svolto il centenario della sua nascita.

 

About the author: Artim Magazine

Leave a Reply

Your email address will not be published.